Autels et création contemporaine | Altars and Contemporary Creation
Un dialogo tra culture attraverso l’arte sacra
La globalizzazione ha messo fine all’idea che l’arte fosse un fenomeno esclusivo dell’Occidente. Il concetto stesso di “arte”, infatti, è stato inventato in Occidente per definire la versione colta della propria produzione materiale. Successivamente, è stato applicato ad altre civiltà, in particolare a quelle asiatiche e, in tempi più recenti, alle società africane e oceaniche prive di sistemi di scrittura.
Indipendentemente dal fatto che queste culture possedessero o meno la nozione di arte, è innegabile che la loro produzione materiale, concepita per onorare le divinità, fosse creata con l’intento di realizzare qualcosa di esteticamente pregevole. Per lungo tempo, quest’apertura verso altre estetiche ha riguardato principalmente le arti del passato. Solo in tempi recenti si è iniziato a riconoscere l’esistenza di artisti viventi in queste regioni lontane, resi più vicini a noi grazie ai moderni mezzi di comunicazione. Questi “altri”, emersi negli anni Ottanta, non costituiscono un gruppo omogeneo. Si possono distinguere due categorie principali: da un lato, artisti che hanno abbracciato la modernità e si sottopongono alle strategie imposte dal mercato e dalle istituzioni di stampo occidentale; dall’altro, artisti che dedicano la loro attività a espressioni visive all’interno delle proprie comunità e in linea con le loro credenze, senza alcun contatto con il mercato dell’arte. L’arte aborigena australiana rappresenta una situazione intermedia tra queste: accanto a opere di carattere sacro, esiste una produzione destinata alla vendita, inizialmente promossa dai missionari.
Nothing too Beautiful for the Gods (Niente è troppo bello per gli dei) si propone di mostrare la varietà delle opere ispirate alla spiritualità, da quelle utilizzate per i riti religiosi a quelle d’arte contemporanea che a esse si rifanno. Queste opere ibride sono spesso il frutto di un compromesso con la modernità. L’esposizione e il libro che l’accompagna riuniscono altari africani, caraibici e asiatici, artisti che ricoprono cariche religiose (Didi, Shiraga), opere di artisti credenti (Ramoun) e di artisti che si riferiscono esplicitamente alle religioni e alla spiritualità (Sooja Kim, El Anatsui, Vasquez de la Horra, Bedia, Boltanski, Viola).
Jean-Hubert Martin è uno storico dell’arte di fama internazionale. Il suo nome è associato al grande contributo dato alla mostra dedicata dal Grand Palais a Francis Picabia nel 1976 e alle innovazioni apportate al campo della museologia negli anni Ottanta. Degno di nota è anche il suo ruolo nell’organizzazione della mostra Magiciens de la Terre (1989), presentata al Centre Pompidou e alla Grande Halle de la Villette nel quadro
di un crescente interesse per l’arte primitiva.
Mostra: Fondation Opale, Lens, Crans-Montana, Valais, dal 15 dicembre 2024 al 25 aprile 2025
